“Generazione boh”, una perdita di capitale umano

Settore: editoriali
Data inserimento: 9 dicembre, 2014

laureati«Un italiano su tre vive a casa dei genitori, il problema è che gli altri due sono i genitori». Siamo una “generazione boh” come canta il rapper Fedez. Una generazione prigioniera «del presente in un paese senza futuro», dove ci si ritrova a casa a «40 anni a dire mamma dormo fuori».  Anni di studio per arrivare a non potersi permettere nulla, così si finisce per ringraziare anche di quel minimo offerto (quante volte si si è sentito dire: “è meglio di niente”); in una  precarietà che costringe i ragazzi nello stato di figli quando sarebbero già nell’età giusta per essere genitori. Elegantemente si usa il termine anglosassone Neet (not in education, employment or training) ragazzi, anche istruiti, esclusi dai processi produttivi.

Stando agli ultimi dati Istat, nel 2013 in Italia i Neet hanno raggiunto i 3,6 milioni, con un incremento di quasi 26 punti percentuale rispetto al 2008, anno convenzionalmente preso a riferimento come avvio della crisi economica. Di questo esercito di giovani inattivi oltre la metà, circa il 56,2%, sono donne, mentre complessivamente sono quasi 2 milioni. Il 54,6%  di questi ragazzi abitano nelle regioni del Sud e se in passato la «generazione Neet» riguardava per lo più i livelli di scolarità più bassa, adesso i numeri rivelano che circa il 58% ricomprende diplomati e laureati. Giovani che sono costretti a vivere un lungo periodo di transizione tra scuola e lavoro.

Siamo indietro decisamente indietro, sempre più lontani dal quadro strategico per la cooperazione europea per il settore dell’istruzione (il cosiddetto ET 2020), nel quale si fissa come obiettivo, certo ambizioso, che l’82% dei giovani diplomati e laureati, tra i 20 e i 34 anni, trovino occupazione dopo non più di tre anni dal conseguimento del titolo. Dal 2007, invece, quando ci attestavamo sotto di 16 punti rispetto agli indici europei, le cose sono peggiorate: solo il 48,3% dei ragazzi è riuscito a trovare lavoro, contro una media UE che è del 75,6% , la Spagna ci supera col suo 59,5%.

 I più danneggiati? Sono i ragazzi del Mezzogiorno dove si vive, continuamente, una perdita di capitale umano, di quelle menti sulla cui istruzione il Sud ha investito e che sono costrette, però, ad andare via, come conferma l’ultimo rapporto Svimez, presentato a fine ottobre a Roma, «per i ragazzi – si legge – l’investimento più promettente è quello di abbandonare il Sud».  «C’è ancora chi crede in un posto migliore per questo si fa le valigie e si parte» canta Fedez. Dati incoraggianti non credete? Incoraggiano, decisamente, le nuove generazioni a pensare che l’istruzione non serva a nulla e soprattutto non aiuti minimamente nella ricerca di un’occupazione. Così, secondo gli ultimi dati, solo il 51,7% al Sud e il 58,8 al Centro-Nord ha scelto di proseguire il percorso di studi negli atenei. Basti pensare che lo scorso anno i laureati in Italia si sono attestati al 22,4%, un valore di gran lunga inferiore tra i paesi della UE  dove la media è del 36,8%.

Cosa deve fare la Generazione Boh? «O reagiamo o ci troveremo a cucire l’orlo del baratro e a quel punto i rimorsi, faranno più male dei morsi». 

Di Emiliana Avellino

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Autore: Emiliana Avellino

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