GLI ULTIMI SARANNO I PRIMI.. MAGARI

Settore: editoriali
Data inserimento: 5 luglio, 2014

futuroChi lo dice che in Italia ci sono troppe università, troppi corsi di laurea, troppi professori e troppi laureati? Le statistiche Eurostat per l’Unione Europea, condotte su 28 nazioni, dicono esattamente il contrario. Come percentuale di laureati tra i 30 ed i 34 anni, nel 2004 l’Italia era quartultima, seguita da Slovacchia, Repubblica Ceca e Romania.

Oggi, dopo un decennio, è saldamente finita all’ultimo posto in Europa. Questo comporta che il nostro paese non riuscirà a raggiungere uno dei target europei: quello di portare, entro il 2020, al 40% il tasso di laureati proprio di questa fascia d’età. L’obiettivo del Bel Paese sarà piuttosto mantenere l’ultima posizione, dato che il suo target (26-27% di laureati) è il più modesto di tutta l’Unione Europea. Neanche l’ingresso nell’UE della Turchia, che sta già sorpassando il nostro paese in termini di percentuale di laureati, potrebbe liberarla dall’ultimo posto. Semplice la deduzione: Paesi che consideriamo arretrati, rispetto al nostro, come la Spagna o il Portogallo sono già oltre l’obiettivo del 40% e la Grecia è poco distante con il suo 33%. Basta rapportare queste percentuali alle nostre per avere chiaro il divario: la migliore regione italiana, L’Emilia Romagna è al 29% mentre la Campania è appena al 18%, seguita da Sicilia e Sardegna che sono al 17%.

Il dato più preoccupante resta, però, che sembri che non si stia facendo proprio nulla per risalire di qualche posizione. Eppure i target europei che il Bel Paese dovrebbe raggiugere entro il 2020 sono appena 8, per questo anche più importanti. Tre di essi riguardano l’ambiente, da rispettare, uno la povertà, da ridurre, mentre gli atri quattro sono collegati all’aumento della percentuale di laureati e sono: riduzione del tasso d’abbandono prematuro delle scuole, l’aumento degli investimenti in ricerca e sviluppo e il tasso degli occupati da portare al 75%. Chiaro il modello economico immaginato dall’Unione Europea: uno sviluppo che punti alla qualità, sulla conoscenza, sull’innovazione piuttosto che su una competizione al ribasso di prezzi e salari. Ma per l’Italia sembra, almeno per il momento, che l’unico parametro per cui valga la pena concentrare il dibattito sia solo il rapporto tra il deficit ed il Pil.

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Autore: Emiliana Avellino

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