Il benessere dell’Italia? Si è arenato al Sud

Settore: editoriali
Data inserimento: 4 dicembre, 2015

besUn paio di giorni fa l’Istat, in collaborazione con il Cnel,  ha presentato la terza edizione del “Rapporto sul Benessere Equo e Sostenibile (Bes 2015) che  attraverso l’analisi di dodici indicatori (come salute, lavoro, tempo libero, per citarne solo alcuni) descrive l’insieme degli aspetti che concorrono alla qualità della vita dei cittadini. Se qualcuno sta immaginando che dal rapporto sia emerso un quadro totalmente negativo, si sbaglia di grosso. Lo studio ha evidenziato che il benessere collettivo  nel Bel Paese ha ricominciato a salire. Nel campo della salute, per esempio, si legge chel’Italia ha un livello di speranza di vita tra i più elevati in Europa – al primo posto con 80,3 anni per gli uomini e al terzo per le donne con 85,2 – e la longevità continua ad aumentare. La mortalità infantile scende ancora – siamo a 30 decessi ogni 10mila nati vivi – come pure la mortalità per incidenti da mezzi di trasporto dei giovani – 0,8 vittime ogni 10mila residenti – e quella per tumori maligni tra gli adulti (8,9 decessi per 10mila residenti)”. Rispetto al 2005, inoltre, migliorano anche le condizioni di salute fisica e prosegue la riduzione di fumatori e di consumatori di alcol a rischio; di certo, però, ci sono ancora troppi italiani che adottano stili di vita non proprio “virtuosi come la sedentarietà, che riguarda quattro persone su 10 – l’eccesso di peso – più di quattro su 10 – e un non adeguato consumo di frutta e verdura. Più di otto persone su 10 hanno, dunque, stili di vita non proprio salutari, ma il bilancio è, però, sicuramente positivo.

Unico neo? Manco a dirlo il Sud. “Sono in crescita – si legge, infatti, nel rapporto – le differenze territoriali; nel Mezzogiorno aumenta rispetto al Nord, anche per effetto della crisi, lo svantaggio nella speranza di vita (81,5 anni per il Mezzogiorno contro 82,5 anni per il Nord), nella qualità della vita (55,4 anni di speranza di vita in buona salute per il Mezzogiorno contro 60 anni per il Nord), nella mortalità infantile, nella salute fisica e psicologica e nei fattori di rischio legati agli stili di vita (sedentarietà, eccesso di peso e scorrette abitudini alimentari). Non va meglio neanche nell’ambito  lavorativo, dove si sono registrati, nel 2014, i “primi segnali positivi nella crescita dell’occupazione con la quota di persone di età 20-64 anni, occupate in Italia, salita al 59,9% (+0,2 punti percentuali rispetto al 2013)”, ma comunque si è indietro rispetto ai principali Paesi europei. Dunque, una leggera ripresa c’è stata, ma procediamo lentamente “grazie” anche ad un Sud sempre più “dimenticato”: è infatti l’unica area territoriale, dove l’occupazione è diminuita anche nel 2014 (tasso di occupazione al 45,3%) e dove è più bassa la qualità del lavoro.

I divari territoriali lungo la direttrice Nord-Sud si annotano anche nell’ambito della qualità delle public utility ovvero erogazione di energia elettrica e acqua nelle abitazioni e numero di famiglie raggiunte dalla rete di distribuzione del gas metano. “Nel Mezzogiorno – si legge nel rapporto Istat – rispetto al resto del Paese il volume di offerta di servizi alla persona e alle famiglie è sistematicamente inferiore a quello medio nazionale”. Anche sul benessere economico il Sud non è messo meglio, “oltre ad avere un reddito medio disponibile pro capite decisamente più basso del Nord e del Centro, è anche la ripartizione con la più accentuata disuguaglianza reddituale: il reddito posseduto dal 20% della popolazione con i redditi più alti è 6,7 volte quello posseduto dal 20% con i redditi più bassi mentre nel Nord il rapporto è di 4,6″.

In generale, se il rapporto dimostra che il benessere collettivo nel Bel Paese ha ricominciato a salire è anche vero che sottolinea come l’Italia continui “a caratterizzarsi in Europa per la forte esclusione dei giovani dal mercato del lavoro” e come “nonostante un leggero incremento della quota di Pil destinata alla ricerca (1,31% nel 2013 a fronte di 1,27% nel 2012), l’Italia è notevolmente al di sotto della media europea e lontana dagli obiettivi di Europa 2020 (1,5%). E un Paese che non investe nei giovani, non investe in ricerca ed innovazione e soprattutto sembra ancora considerare e trattare il Mezzogiorno come una zavorra di cui disfarsi assume, purtroppo, sempre più l’aspetto di un Paese che non investe nel proprio futuro e non pianta i semi di un condiviso Benessere Equo e Sostenibile.

Di Emiliana Avellino

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Autore: Emiliana Avellino

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