QUESTIONE MERIDIONALE, RISOLVERLA È UNA SFIDA POSSIBILE

Settore: editoriali
Data inserimento: 5 luglio, 2014

italiaNon possiamo, di certo, dimenticare che la questione meridionale ha origini lontane. L’espressione è stata usata per la prima volta, nel 1873, dal deputato radicale lombardo Antonio Billia, che definì con queste parole la disastrosa situazione economica del Mezzogiorno in confronto alle altre regioni dell’Italia unificata. Certo la storia non si può dimenticare perché noi ne siamo un suo prodotto. Peccato, solo, che “il passato” sia stata usato troppo spesso come alibi per giustificare una politica ed i vari interventi risultati fallimentari.

È sufficiente confrontarsi con la Germania per capirlo. Dalla caduta del muro di Berlino, del 1989, sono passati poco più di vent’anni, rispetto agli oltre 150 anni dell’unità d’Italia, eppure mentre là il divario tra le due Germanie si è considerevolmente ridotto, in Italia è rimasto fermo, anzi è peggiorato. Per quale motivo? La differenza sostanziale è che là ci sono stati interventi pubblici massicci e qui è avvenuto l’esatto opposto, questo in quanto, il Sud è sempre stato considerato zavorra, che il Nord, suo malgrado, era costretto a trascinarsi dietro. Intanto, il divario è aumentato mentre nei salotti e nelle sedi istituzionali si continuava a parlare di questione meridionale, di Nord e Sud. Ma non sarebbe forse il caso di iniziare a parlare di Italia e di smetterla con i soliti discorsi che condannano a prescindere il Mezzogiorno? Del resto chi, negli ultimi decenni, ha governato il Paese? Di certo non il Sud, ma una borghesia, dominante sul piano economico, che ha tutelato gli interessi del Nord nel tentativo di salvare il salvabile senza capire che solo con la crescita del Mezzogiorno poteva crescere l’intero Paese.

Dunque, invece di avvertirla come una seccatura è ora che la questione meridionale venga sentita come una sfida. Una sfida possibile a patto che ci siano alcune condizioni. Prima tra tutte che, nel Mezzogiorno, si formi una classe dirigente all’altezza del compito. Ma come possiamo fare se i cervelli migliori decidono di andare via? Serve una politica che favorisca il ricambio, faccia funzionare l’ascensore sociale e soprattutto riconosca e premi il merito. Il primo passo, quindi, è bandire il sistema delle raccomandazioni in tutti i mondi: dall’istruzione, all’università, al credito. E poi, lo Stato moderno deve farsi intermediario tra banche e società reale, specialmente in tempi di crisi, e far sì che siano premiati i progetti che valgono. È giusto che il talento venga premiato che ai più giovani sia data l’opportunità di ottenere fiducia e credito presentando in banca le proprie idee e perfino la propria pagella, come accade in molti altri paesi.

Inoltre, al Sud il denaro continua a costare 3 o 4 punti in più rispetto la media nazionale, cosa che di certo non aiuta chi magari vuole fare impresa, chi progetta, chi intende scommettere su se stesso. Inoltre, è necessaria una riqualificazione dei sistemi di welfare – le politiche pubbliche messe in atto da uno Stato per garantire l’assistenza e il benessere dei cittadini – che devono essere basati sulla produttività ed il lavoro. Il Sud non ha, più, bisogno che gli vengano lanciati dei salvagenti, ma ha bisogno gli venga data la possibilità di nuotare. Occorre, dunque, una politica industriale che non crei, com’è avvenuto in passato, le così dette cattedrali nel deserto, ma che valorizzi le risorse naturali e culturali che il Mezzogiorno possiede. Infine, che la politica ritorni ad essere degna di questo nome. Che i politici ritornino a vivere il loro ruolo con la consapevolezza e la responsabilità di essere non rappresentanti di sé stessi, ma di una collettività.

facebooktwittergoogle_plusredditlinkedinmailby feather
Autore: Emiliana Avellino

Argomenti trattati: , , , ,

Lascia un Commento