QUESTIONE MERIDIONALE, SI PARLI DI ITALIA

Settore: editoriali
Data inserimento: 5 luglio, 2014

vesuvio« Parole, parole, parole, soltanto parole…». Sono anni che sentiamo parlare troppo e spesso di questione Meridionale. Le discussioni tra il divario fra l’economia del Mezzogiorno e quella del resto del Paese, il carattere cronico che ha assunto, nel tempo, tale divario, nonché il modo in cui esso si è intrecciato con lo sviluppo del resto del Paese: hanno riempito lunghi dibattiti, da quelli discussi nelle sedi istituzionali a quelli dei salotti televisivi e delle pagine dei giornali. Se n’è parlato e se ne parla ancora.

Parlarne sì, è, proprio, il termine più adatto, perché di risolverla non ce n’è stato, invece, proprio verso. Anzi la distanza tra Nord e Sud è aumentata e peggiorata. Basti pensare che, in sei anni di crisi, dal 2007 al 2013, il Sud ha bruciato 43,7 miliardi di Pil, pari a quasi 10 punti percentuali, il doppio del centronord. Nel solo 2013, il calo è stato del 2,5% contro l’1,7% perso dal Nord. Per non parlare dei tassi di disoccupazione giovanili che nel 2007 si attestavano al 33% e che, nel primo trimestre 2014, sono schizzati a quasi il 50%, rispetto al 37% della media nazionale e al 22,7% del Nord. In termini numerici negli ultimi sette anni si sono contati oltre 600mila occupati in meno al Sud. Peccato solo che dietro questi semplici numeri statistici ci siano delle persone con storie e vissuti diversi, privati della fonte primaria sulla quale si fonda la dignità di ogni uomo: il lavoro. A questo si deve aggiungere che il crollo degli investimenti pubblici ha accentuato la desertificazione industriale e accelerato la fuga dei cervelli. Migliaia e migliaia di ragazzi, spesso i migliori, che sono stati costretti a lasciare le proprie radici, ad abbandonare amici e familiari e, valigia alla mano, sono partiti per trovare al Nord o in qualche paese europeo la propria dimensione.

Alla tristezza per delle intelligenze perdute non può non aggiungersi quella per i cosiddetti «neet», cioè quei ragazzi, che sono così privi di stimoli e di aspettative, che hanno deciso di non studiare, non lavorare e non cercare neanche un impiego; sono quasi 600mila, la metà del totale nazionale. Se questi dati non fossero sufficienti a suscitarci rabbia si potrebbe andare ad analizzare qual è la qualità di vita del Sud. Secondo elaborazioni statistiche le venti province dove si vive peggio sono tutte del Mezzogiorno e in Campania l’aspettativa di vita è, addirittura, inferiore di due anni alla media del Paese. E nonostante tutto spesso si sente dire che al Sud manca un capitale sociale adeguato e che si vive in condizioni di arretratezza per ragioni anzitutto culturali, morali, magari anche antropologiche. La verità è che nel Mezzogiorno mancano alcune condizioni materiali indispensabili come: infrastrutture, servizi, credito. Le prestazioni pubbliche, dalla sanità alla scuola, dai trasporti ai servizi per l’ambiente, al Sud si pagano di più rispetto ad altre aree geografiche, nonostante la qualità dei servizi offerti sia inferiore. È arrivato il momento che si smetta di parlare di Nord e Sud ma si inizi a parlare di Italia, che il divario tra la parte settentrionale e meridionale del nostro Paese si accorci. Certo, il capitale sociale ci vuole, nessuno può negarlo, ma sono necessari anche capitali reali.

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Autore: Emiliana Avellino

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